Istituto di Istruzione Superiore G.Marconi

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Tecnici e Licei

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Incontro con Giuseppe Antoci

G. Antoci al Marconi di Civitavecchia: un indimenticabile incontro su Legalità e Sviluppo

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Sabato 14 dicembre 2019 ha incontrato alcune classi del Marconi Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi dal 2013 al 13 febbraio 2018, che per aver introdotto nel Parco un protocollo per l'assegnazione degli affitti dei terreni (che prevede la presentazione del certificato antimafia anche per quelli di valore inferiore a 150 000 EURO, che è stato esteso a tutta la Sicilia e sottoscritto da tutti i Prefetti dell'isola) , il 18 maggio 2016 è stato vittima di un attentato mafioso dal quale è uscito illeso grazie all'auto blindata e all'intervento della scorta. Il "Protocollo Antoci" è stato recepito dal nuovo codice antimafia il 27 settembre 2017, e adesso è applicato in tutta Italia.

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“Ne vale la pena?”
Una domanda, questa, risuonata spesso, come un ritornello, oggi, 14 dicembre 2019, all’aula Magna della nostra scuola, dove studenti e docenti hanno avuto l’onore e la gioia di incontrare il dott. Giuseppe Antoci, co-autore del libro “La mafia dei pascoli”, i cui proventi sono stati devoluti all’Associazione “Quarto Savona 15”, della quale è presidente Tina Montinaro, la moglie- “e non la vedova”, preciserà più avanti il dott. Antoci- di uno degli agenti della scorta di Falcone.
Ma chi è Giuseppe Antoci?
Quando ti trovi a partecipare ad un incontro sulla lotta alla mafia, subito immagini che ti troverai di fronte un giudice, un magistrato o un commissario di Polizia, un ufficiale dei Carabinieri.
Oggi no, niente di tutto questo si è verificato nella nostra scuola. E per rispondere preferisco riportare per intero la prefazione al libro, scritta da Gian Antonio Stella, che illustra, con estrema chiarezza ed in modo conciso, l’esperienza vissuta dal dott, Antoci, nel suo ritrovarsi, un giorno, a scegliere se trasformare il suo semplice incarico di Presidente del Parco dei Nebrodi in lotta alla mafia o continuare a ’guardare’ la vita, da esperto di economia, di imprese, di attività imprenditoriali e basta.
“Milioni di euro guadagnati per anni in silenzio da Cosa nostra. Un business “legale” e inesplorato. Boss che riuscivano inspiegabilmente ad affittare tanti ettari di terreno nel Parco dei Nebrodi, in Sicilia, terrorizzando allevatori e agricoltori onesti, li lasciavano incolti e incassavano i contributi dell’Unione Europea perfino attraverso “regolari” bonifici bancari. Un meccanismo perverso che si perpetuava di famiglia in famiglia e faceva guadagnare somme impensabili. Un affare che si aggirerebbe, solo in Sicilia, in circa tre miliardi di euro potenziali negli ultimi 10 anni. E nessuno vedeva o denunciava. Fino a quando in quei boschi meravigliosi e unici al mondo non è arrivato Giuseppe Antoci, che è riuscito a spazzare via la mafia dal Parco realizzando un protocollo di legalità che poi è diventato legge dello Stato ed oggi è applicato in tutta Italia. Cosa nostra aveva decretato la sua morte. La notte tra il 17 e il 18 maggio 2016 Antoci è stato vittima di un attentato, dal quale è uscito illeso solo grazie all’auto blindata e all’intervento armato del vice questore Daniele Manganaro e degli uomini della sua scorta. [… ]: il coraggio di tanti altri servitori dello Stato che gli hanno consentito di andare avanti nella sua battaglia.”
Quello che decido di scrivere, oggi, tornando a casa, nasce dal desiderio e dal “dovere normale”- direbbe Antoci- di condividere con la mia scuola, i miei colleghi, i nostri studenti, con gli amici e conoscenti l’esperienza vissuta questa mattina. Sento che per me insegnante, nonché per me moglie e madre di tre figli-come ripeterà spesso il dott.Antoci quale marito e padre di tre figlie della stessa età dei miei-per me donna, per me essere umano è un dovere riportare quanto sentito oggi, in una semplicissima aula di un Istituto come tanti altri, in un giorno forse anche strano se non insignificante, trattandosi di un sabato a ridosso delle vacanze natalizie e per me anche il cosiddetto giorno libero…Un giorno, invece, che ricorderò sempre, tra quelli che hanno di certo sconvolto la mia vita.
Chiedo, dunque, perdono della lunghezza dello scritto: dovevo scrivere un articolo, come richiestomi dal mio Capo, che scopro essere persona amata e stimata da uomini che lottano contro la mafia e lo ringrazio a nome di tutti. Grazie a Dio, un vero articolo è apparso su FB del nostro Istituto, con le dovute caratteristiche delle cinque W, alle quali non riesco mai ad obbedire: oggi, poi, le sentivo sempre più strette, man mano che cercavo di trascrivere gli appunti presi durante la conferenza. Così, ecco che mi ritrovo tutto il pomeriggio fino a sera a scrivere, scrivere tanto, avvertendo dentro la mia coscienza e dentro il cuore l’onore di far passare le parole di un uomo come il dott.Antoci attraverso di me e donarle a chi vorrà leggerle. Condividerle non certo sui Social, ma dentro la propria coscienza e dentro il proprio cuore, lasciandosi commuovere, piangendo come è capitato a me, ritrovatami senza la minima forza di bloccare quelle lacrime condivise anche dai ragazzi. Non c’era solo silenzio, oggi, nella nostra aula magna, ma quanto avvertivi era l’umanità, la debolezza e la sacralità di lacrime che spontanee, libere, con dolore, scendevano copiose aprendo un solco dentro di noi…quasi a indicarci DENTRO un percorso da iniziare proprio oggi. Il percorso della legalità e della cittadinanza, che supera ogni scontata ovvia pesante definizione libresca, scolastica. Oggi capisco che questo cammino o inizia dentro di te o è tempo perso. Forse anche una partita persa come insegnante, ma prima ancora come essere umano, la cui presenza su questa terra perderebbe ogni senso.
Il dott.Antoci comincia l’incontro, ricordando il giudice Caponnetto, che, oramai avanti cogli anni, stanco e malato, era solito declinare l’invito a premiazioni, conferenze ecc, ma quando gli veniva riferito che c’era una scuola che lo voleva incontrare, rispondeva: “A scuola…sì, ci devo andare”, perché, chi ha vissuto facendo della sua vita una generosa, magnanima lotta alla mafia, sa che la prima nemica dei mafiosi è proprio la scuola. La cultura. L’educazione.
Da qui l’invito del dott.Antoci, rivolto ai ragazzi: “Date valore alle cose che fate, anche se piccole, che diventano importanti quando non le hai più” e riporta la sua esperienza come marito e padre di tre figlie, la loro famiglia , la cui vita non è più normale, come poi spiegherà in seguito, commovendo tutti noi. Aggiunge che però, tutto questo cambiamento nella nostra vita non avviene mai improvvisamente, tutto insieme; ritrovarsi a lottare contro la mafia o ancor meglio contro le nuove mafie è innanzitutto un percorso. Niente di eroico. Semplicemente scegliere ogni giorno di fare il nostro dovere e sentire questo come qualcosa di NORMALE. Altrimenti cadiamo tutti nella trappola della mentalità mafiosa o comunque di quel modo di pensare di cui ha bisogno la mafia per esistere: ci deve pensare lo Stato. “No!- sostiene con forza Antoci-Mai cadere in questa trappola! Noi siamo un pezzo di Stato”. E lo siamo non rinunciando mai a SCEGLIERE.
Per chiarire il concetto, invita i ragazzi a immaginare di essere andati a visitare una chiesa famosa, bellissima, in fondo in fondo alla quale vi è un mosaico di estrema bellezza. Avvicinandosi ad esso, si scopre, tuttavia, che proprio in questa opera d’arte, che sembra perfetta, manca un tassello. E sembra quasi che tanta bellezza abbia subito uno sfregio. Ma chi manca…sei tu, perché solo tu e non un altro può completare questo mosaico sfregiato che è lo Stato e trasformarlo nel mosaico stupendo della legalità, della cittadinanza.
Nessuno può non scegliere nella vita : “Non permettete a nessuno di dirvi che voi siete il futuro. No, ricordatevi che voi, giovani, siete il PRESENTE. Voi siete chiamati a prendere le scelte del presente come la solidarietà, il volontariato, lo studio, poiché la mafia ha bisogno di persone che chiedono, approfitta della debolezza delle persone, che spesso si arrendono e credono di non farcela a scegliere.
Da qui il passaggio ad un altro tema assai caro ad Antoci: lo stretto ed intimo legame tra legalità e sviluppo, da considerarsi UNA SOLA COSA. Ricorda uno dei suoi ultimi viaggi e visite alle scuole, quando lui e il sindaco della città hanno regalato a ciascun alunno la Costituzione Italiana, che potrebbe essere definita come il miglior testo antimafia: è tutto scritto lì, devi solo scegliere di fare il tuo dovere, normalmente, seguendo la nostra Costituzione come un percorso di vita per te genitore, per te figlio, per te educatore, per te imprenditore o agricoltore,ecc.
Dopo questa premessa fatta di messaggi rivolti con passione ai ragazzi, il dott.Antoci passa ad esporre la sua esperienza, dal giorno in cui gli fu affidato l’incarico di Presidente del Parco dei Nebrodi, il terzo per estensione in Europa e uno dei parchi più belli in Italia, tra laghi, Etna e mare. Introduce la condivisione della sua esperienza con le parole di papa Francesco che hanno accompagnato la sua premiazione nell’ambito della dottrina sociale della Chiesa:” Nella vita, a volte pensi di fare una cosa, un lavoro e poi ti ritrovi a farne altro. Pensi che la tua vita dovrà essere in un certo modo e poi vivrai una vita del tutto differente” Esattamente come è accaduto ad Antoci, che mai e poi mai pensava di dover arrivare, nella sua vita, a fare scelte così grandi e che poi da queste scelte sarebbe partito per farne altre, ancora più grandi come la lotta senza limiti alla mafia: non ai mafiosetti, ma lottare per scardinare la fonte primaria della ricchezza delle potenti famiglie mafiose.
Racconta ai ragazzi di come tutto è cominciato con un sindaco che, un giorno, con occhi gelidi, tristi, gli riferisce delle vessazioni se non uccisioni (14 omicidi non risolti) degli agricoltori dei Nebrodi, costretti a non partecipare alle gare d’appalto per i terreni per i quali l’Unione europea assegna ingenti fondi. Contributi. Bonifici in miliardi di euro. Ricorda l’intervento immediato del commissario Manganaro -e poi di Cucchiara e Trotti- con la successiva scoperta di bandi tutti monopartecipati, legati al nome, ben conosciuto a tutti, delle famiglie mafiose se non ai capi assoluti di Cosa Nostra. A questo punto, è lecito chiedersi come possa un mafioso partecipare a un concorso, a una gara d’appalto così importante con una semplice autocertificazione. Eppure era così. E incassavano, anno dopo anno, per ben dieci anni, bonifici bancari europei. “Quando partecipavo alle commemorazioni di Falcone e Borsellino- continua Antoci- spesso pensavo che, in quello stesso momento, i mafiosi stavano incassando miliardi, in nome della legalità e dello sviluppo”.
Ricorda un episodio, a partire dal quale indubbiamente la sua vita è radicalmente mutata. Era il 2014. Un giorno viene chiamato a Caltanissetta e gli dicono che sarà sotto scorta. La sua reazione fu dolorosissima, perché sapeva che essere sotto scorta, per chi lotta in nome della giustizia, significa sacrificare la vita non solo propria ma soprattutto quella della propria famiglia. Non capiva perché…vivere sotto scorta è un po’ una condanna a morte, morte alla vita pubblica, quella fatta di semplici passeggiate, vacanze al mare, gite, feste, alla vita fatta di relazioni. “Ma quando l’anno scorso vengono condannati i mafiosi coinvolti nella vicenda e dalle loro intercettazioni telefoniche si sente che dicono di lui -era appunto il 2014- che “questo cornuto deve essere eliminato, sparato in faccia…”, allora ho capito”. Così la scelta della scorta è stata determinante, un bivio: andare avanti o cedere alla paura , alla paura di scegliere?
“E alla fine scelsi la dignità.”
L’esposizione continua nel presentare nel dettaglio la storia del protocollo della legalità : il rilancio imprenditoriale dell’unico terreno rimasto e affittato a pascolo, la denuncia delle false attestazioni che permette di bloccare tutto, il problema della durata di 5-9 anni degli affitti e la soluzione di questi ostacoli, via via incontrati, tramite il Consiglio di Stato e altre Istituzioni. Un giro d’affari di 5 miliardi di euro truffando l’UE o, come oggi comincia ad emergere, anche truffando, in un certo senso, la legalità stessa. La mafia non ha più bisogno di grandi rapine, traffico della droga o altro…la prima fonte di ricchezza viene da affari ‘legali’o che noi, non scegliendo, permettiamo che appaiano tali. Passino per tali. Qui stiamo parlando di contributi europei…eppure: nessun controllo. Dietro i fondi europei c’era Cosa Nostra. Come è stato possibile?
La risposta è: NON SCEGLIENDO PER LA DIGNITA’, NON SCEGLIENDO PER IL NORMALE DOVERE DI OGNI GIORNO
“La mia rabbia non è la vita cambiata a causa degli attentati, come quello del 17 maggio 2016, ma che, se coloro che sono venuti prima di me, in questi 10 anni, avessero fatto semplicemente il loro dovere, io non starei qui, ogni giorno, sempre sul punto di perdere la vita, la libertà”.
Guarda negli occhi i ragazzi e dice:
“QUESTO DOVETE FARE: SCEGLIERE SEMPRE COL CUORE PIU’ CHE CON LA TESTA. LA LOTTA ALLA MAFIA SI FA COL CUORE”
Nella nostra testa ci sono paure, preoccupazioni, talvolta giuste, forse sempre giuste, ma sono proprio queste che poi ci paralizzano e non ci fanno scegliere. Il dott, Antoci non si presenta mai come un eroe, anzi poco apprezza questa definizione non solo per lui ma per tutti coloro che hanno dato la vita contro la mafia. Ammette più volte, durante l’incontro, di avere paura, di convivere con la paura soprattutto per la sua famiglia. Ma ci sono momenti fondamentali nella nostra esistenza, in cui tutto si gioca in un attimo, in un istante: scegliere da quale parte stare.
“PERCHE’ IO DOVEVO PENSARE CHE LA SOLITUDINE DI QUEL SINDACO, che era venuto a trovarmi appena nominato Presidente, era mia e che quegli occhi pieni di dolore erano miei? POTEVO DIRE: NON MI SPETTA, NON VALE LA PENA….”
EPPURE da quel fare mio il suo sguardo, dal fare mia la sua solitudine, è nato QUEL PROTOCOLLO della legalità, oggi DIVENTATO DIROMPENTE, nonostante i contrasti giudiziari, le accuse in nome della legalità “mafiosa”. Tante le fasi attraverso le quali si è dovuti passare: un percorso pieno di insidie e ostacoli, ma con altrettanti vittorie sorprendenti, forti, incoraggianti come “ il TAR che va avanti , ci dà ragione e il consiglio di Stato che ci conferma, la Magistratura che lotta con noi, il Protocollo che diventa legge di stato”. Potremmo parlare di quattro fasi.
E poi la quinta : la mafia che attacca per fermare G. Antoci, nella notte tra il 17 e18 maggio 2016, salvato dalla sua scorta, la stessa che è qui, nella nostra aula magna: seria, autorevole, con quella forza propria di chi ogni giorno è pronto a dare la vita in nome della giustizia.
Durante l’incontro, il dott. Antoci non si stanca mai di far passare come messaggio principale che la lotta alla mafia parte da scelte quotidiane, normali, quelle per cui esistiamo, siamo e viviamo come esseri umani, scelte irrinunciabili come amare la giustizia, il bene, amare la vita, facendo fino in fondo ogni giorno il proprio piccolo o grande dovere, con dignità. Normalmente. Quotidianamente. Così è stato per lui: da un piccolo terreno a un Protocollo, oggi considerato articolo fondamentale nella lotta antimafia, protocollo grazie al quale oggi l’UE sta parlando di infiltrazioni mafiose nei contributi europei, come in Slovacchia, dove un giovane giornalista, impegnatosi nella denuncia della truffa mafiosa ai fondi europei, è stato ucciso e, prima di morire, aveva scritto su un foglietto: Protocollo Antoci. La TV francese, partendo dall’esperienza in Sicilia del dott. Antoci, ha realizzato un reportage-documentario, in cui afferma che anche in Corsica si assiste a infiltrazioni mafiose nei fondi europei. La stessa Commissione europea più volte, quest’anno, ha invitato a seguire le orme del protocollo Antoci. Questa la forza dirompente di un Protocollo della legalità, nato semplicemente facendo il proprio dovere di cittadino.
“Spesso sono stato definito un sognatore. Non abbiate paura di sognare, ragazzi!”, quasi grida e invita tutti i giovani a non pensare mai che qualcosa sia impossibile, solo perché si ha paura. Lui stesso ha spesso paura, ogni mattina, vedendo la sua famiglia e la scorta; ma poi la paura viene debellata, ogni volta, dalla consapevolezza di avere fatto la scelta giusta. Ciò avviene soprattutto quando incontra i giovani, che vede a migliaia e ogni volta, come oggi, “mi sento meno solo perché ci siete voi con me”.
Qui sta la forza di arrabbiarsi: non fare niente da soli, ma facendo squadra, accarezzandoci il cuore e cercando ogni giorno di fare la nostra parte, senza scandalizzarci della paura. E qui Antoci ancora una volta sottolinea la preoccupazione per le sue figlie, raccontando un episodio che ha visto come momento centrale la necessità di scegliere per la lotta alla mafia non da solo ma con la sua famiglia. La prima risposta fu il silenzio delle figlie e della moglie. E l’indomani la decisione, comunicata a lui da una figlia, di andare avanti con loro vicino, di non fermarsi. Senza questo NOI, il noi della condivisione, del NOSTRO dovere quotidiano, che ci unisce tutti, non si può vivere. Tanto meno lottare contro la mafia.
L’ultima parte dell’incontro viene dedicata ad una sorta di apologo: l’ostinata intenzione di ricostruire un immobile, l’ennesimo immobile iniziato e lasciato a metà dalla mafia, come al solito, quale segno e simbolo dell’abbandono dello Stato. Bisogna dare un segnale concreto affinché la gente scelga di non chiedere più aiuto alla mafia, di non confidare in essa. La lotta alla mafia avviene prima della stessa lotta, vale a dire che deve cominciare nella gente, devi far cambiare la mentalità delle persone, devi restituire alla gente la forza, la fiducia e la consapevolezza che i valori mafiosi sono orrendi, falsi . Bisogna lottare per far maturare nelle persone la certezza che il facile guadagno mafioso, il successo, i soldi …tutto ciò è usato solo per esercitare un diabolico fascino su persone povere, abbandonate, ignoranti, persuadendole che ogni soluzione sia nel clientelismo e nel favoritismo. La lotta alla mafia è innanzitutto scardinare questa mentalità, per cui senza favori non si ottiene lavoro, non si apre un negozio, non si coltiva un terreno, non si compra una casa. Non bisogna stancarsi mai di lottare contro il controllo del territorio esercitato dalla mafia e soprattutto contro la valenza psicologica delle famiglie mafiose: tu le vedi con gipponi, pellicce, ville enormi ecc e provi invidia e ti fidi e affidi a loro la tua vita e la tua famiglia. Non bisogna far sentire importante questa gente e un gran risultato sarebbe arrivare a togliere il rispetto delle persone verso di loro. Il rispetto mafioso. Terribile.
Ultima considerazione dolorosa e forte nel contempo: nel lottare contro la mafia devi anche sapere che nessuno ti chiamerà eroe o uomo giusto e onesto, anzi prima di ucciderti fisicamente, la mafia cercherà di fare questo moralmente, delegittimandoti, infangando la tua vita privata o il tuo lavoro, come accadde a Falcone: come un passare il carbone su una superficie e sporcare, in modo quasi indelebile, la dignità di chi va contro di loro.
A questo punto, cita l’intervista a lui fatta nel programma tv “Vita in diretta”; mostrandogli la foto famosa con Falcone e Borsellino, gli hanno chiesto cosa provasse. “ Provo sentimenti contrastanti: questi uomini sono considerati eroi oggi, spesso però nel passato sono stati infangati , denunciati, calunniati. Lasciati soli” ed esprime anche lo sdegno verso le espressioni usate ultimamente da alcuni a proposito delle iniziative in onore di Falcone e Borsellino, come la nave della legalità, l’impegno dei giovani, tutto questo definito come una pupazzata, qualcosa di autoreferenziale, un FESTINO. E poi non si controllavano delle semplici autocertificazioni che permettevano di truffare legalmente la stessa UE. Richiama il gioco del calcio quale metafora della vita e della politica: dobbiamo sempre chiederci se ci sono due squadre che si affrontano, o se qualcuno sta ora da una parte e ora dall’altra. “Diffidate di chi parla parla contro la mafia e non fa niente niente contro. Con la stessa forza, Antoci denuncia anche la vergognosa sentenza della Consulta del 23 ottobre scorso e la relativa motivazione della Corte Costituzionale, con cui è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, quello dell’ergastolo ostativo: una rivoluzione che ha fatto festeggiare nuovamente i mafiosi dopo un altro verdetto storico, quello della Corte europea dei diritti dell’uomo. “Non collaborare con la giustizia non significa, in termini assoluti, che si è ancora socialmente pericolosi. Per questo chi è detenuto all’ergastolo ostativo e non si pente, non può essere punito “ulteriormente” vietando la concessione di permessi premio”, recita la Corte Costituzionale . Una decisione, invece, afferma Antoci, che va a colpire duramente la lotta antimafia. Mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, ma non solo potranno ricorrere contro il 4 bis. A gestire la responsabilità di valutare la pericolosità del condannato, secondo la Corte Costituzionale, “sarà il magistrato di sorveglianza che dovrà applicare “criteri particolarmente rigorosi” e dovrà basare la sua decisione sulle relazioni dell’Autorità penitenziaria e del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. I permessi premio non possono essere concessi quando procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o distrettuale “comunica l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.” Ma il giudice avrà comunque “autonomia valutativa”, ribadisce il dott.Antoci, e quindi alla fine deciderà da solo. Prima della dichiarazione di incostituzionalità della Consulta, la richiesta del detenuto non collaborante di ottenere i benefici non poteva mai essere valutata in concreto dal magistrato di sorveglianza, ma doveva essere dichiarata inammissibile. Oggi serve una legge che impedisca a capimafia e agli altri responsabili di stragi di truffare ancora una volta lo Stato, i magistrati e i cittadini onesti ottenendo permessi e altri benefici senza meritarli. L’ergastolo è l’unica pena detentiva a spaventare i capi della mafia” e il varco aperto dopo la sentenza della Consulta e della Cedu è motivo di grande preoccupazione e anche di sdegno, conclude Antoci, pensando a tutti coloro che, lottando contro la mafia e morendo per la giustizia, non hanno potuto godere nemmeno dell’ultimo abbraccio dei propri familiari. Diritto umano, invece, come recita la Cedu, che va riconosciuto alle vittime dell’ergastolo ostativo. Vecchia storia, questa, che mai come oggi porta sovente a far diventare carnefici le vittime e le vittime carnefici.
G. Antoci termina l’incontro esprimendo la sua paura che i ragazzi, tornando a casa, si chiedano: “Ne vale la pena?”. Con forza quindi esorta gli studenti a non pensare mai questo, perché vivere così, amando la giustizia e il bene dello Stato, rischiando la vita, venendo privati della libertà di movimento…sì, ne vale la pena, sempre. Ogni giorno.
Si passa alle domande dei ragazzi. Due di loro, della IVC liceo scienze applicate, fanno riferimento al giudice Caponnetto; il primo ricorda la definizione data da lui alla mafia , parole che indubbiamente interrogano tutti noi, dato il legame con lo Stato:
“A differenza delle organizzazioni puramente criminali, o del terrorismo, la mafia ha come sua specificità un rapporto privilegiato con le élite dominanti e le istituzioni, che le permettono una presenza stabile nella struttura stessa dello Stato”. E che “La mafia è l'estensione logica e la degenerazione ultima di una onnicomprensiva cultura del clientelismo, del favoritismo, dell'appropriazione di risorse pubbliche per fini privati”. »
Antoci risponde sottolineando che, nonostante tutto ciò che è avvenuto e avviene anche oggi, comunque lui vuole sempre lasciare ai giovani un messaggio di speranza, positivo, perché dobbiamo vedere anche le partite vinte dallo Stato e la sua, quella del Protocollo della legalità, è una di queste. Bisogna credere nello Stato, in uno Stato meraviglioso che siamo noi. Oggi.
Forte e passionale anche la risposta al secondo intervento circa l’espressione usata dallo stesso Caponnetto all’indomani della morte di Borsellino: “È finito tutto!», e se anche lui, G. Antoci, ha pronunciato qualche volta la stessa frase, avendo la sensazione del fallimento, che fosse finito tutto.
Sappiamo bene che di tale commento Caponnetto si pentì subito, come spiegò poco dopo alla cittadinanza durante i funerali di Paolo Borsellino

«Era un momento particolare, di sgomento, di sconforto. Ero appena uscito dall'obitorio dove avevo baciato per l'ultima volta la fronte ancora annerita di Paolo. Quindi è umanamente comprensibile quel mio momento di cedimento, forse non scusabile, ma comprensibile. In quel momento avrei dovuto - avevo l'obbligo, forse, e avrei dovuto sentirlo quest'obbligo - di raccogliere la fiaccola che era caduta dalle mani di Paolo e di dare coraggio, di infondere fiducia a tutti. E invece furono i giovani di Palermo a dare coraggio a me, che trovai dopo pochi minuti in piazza del tribunale. Mi si strinsero attorno con rabbia, con dolore, con determinazione, con fiducia, con speranza. E allora capii quanto avevo sbagliato nel pronunciare quelle parole e quanto bisognava che io operassi per farmele perdonare: operassi per continuare l'opera di Giovanni e Paolo.»

Antoci risponde affermando che quell’ “E’ finito, è finito tutto” è un po’ la chiave di lettura di tanti momenti difficili vissuti da lui stesso, non certo per ultimo quello dell’attentato e ancor prima quello del dover avere una scorta. Ma quel “E’ finito tutto”, sempre, come nel caso di Caponnetto, è destinato a trasformarsi in un “Si ricomincia tutto!, proprio da là, dove ti è sembrato di avere toccato il fondo del fallimento. Da lì ricominciate sempre”.
Torniamo nelle nostre classi e poi nelle nostre case, con questa certezza: si ricomincia e si rinasce, ogni giorno, scegliendo umilmente il dovere quotidiano, avendo il coraggio di scegliere silenziosamente la via della normalità. Esatto opposto dell’indifferenza. Un percorso, questo dello scegliere, a volte chiaro e a volte più oscuro, ma che ci vede tutti ingaggiati, impegnati. Lungo o breve, eclatante o umile e silenzioso che sia, è il percorso irrinunciabile -l’unico che ci rende degni di vivere- di un infinito, instancabile, normale, quotidiano amore per l’umanità.

Prof.ssa Camilla De Iorio

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